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Il Canale di Reno

Oltre ad alimentare conserve d’acqua, tintorie, peschiere, maceri, cartiere, concerie, canapifici e altre eterogenee lavorazioni, le acque del canale di Reno, derivate a Casalecchio, azionavano diversi ordegni come filande, gualchiere, mulini, macine, magli, mangani, trafile e segherie.

Pur con scopi diversi da quelli per cui furono realizzati, la chiusa di Casalecchio e il canale di Reno, attualmente usato come scolmatore delle acque reflue di Bologna e per usi irrigui nella bassa pianura bolognese, sono tuttora in attività e uno dei più antichi consorzi d’Italia, costituito nella seconda metà del XVI secolo, cura il loro funzionamento e le manutenzioni.

Le origini di questi manufatti sono antichi. Secondo un documento ottocentesco, verosimilmente già nell’XI secolo l’alveo del fiume Reno era sbarrato a Casalecchio con una traversa lignea da cui derivava acqua un canale che giungeva fino a Bologna e alimentava anche un canale navigabile. Ma le prime notizie documentate riguardano alcuni cittadini– detti Ramisani –, che nel 1191 realizzarono una pescaia o steccaia,una sorta di palizzata lignea attraverso il corso fluviale renano, e da questa scavarono un canale fino a Bologna per il funzionamento di alcuni mulini in città. Successivamente all’accordo con i Ramisani, risalente al 1208, il Comune di Bologna fece edificare una nuova chiusa e un nuovo canale introdotto in città alla Grada(nell’attuale viale Vicini).

Nel 1250 il Comune ordinò la realizzazione di un’altra chiusa de lapidibus, cioè in muratura (fig. 2). Non è però chiaro se questi lavori siano stati eseguiti o se il manufatto, appena costruito, venisse danneggiato, totalmente o parzialmente, nonostante la sua maggiore solidità. Infatti due anni dopo gli Statuti riportavano nuovamente l'intenzione di costruire una chiusa di pietre affidando i lavori a una commissione composta dall'inzignerius Alberto e dai maestri Johannes de Brixia, Michael Delamusca e Michael Lamandine5. Il programma comprendeva anche l'escavazione di una canalizzazione fra la chiusa e il canale esistente, chiamato ramus vetus (ramo vecchio) – che iniziava dalla Canonica –, la conduzione delle acque da questa località al serraglio di Saragozza per alimentare i fossati della seconda cerchia muraria e la costruzione di ponti dove era necessario.

Il nuovo manufatto, secondo Ghirardacci ultimato nel 1278, era soggetto a frequenti danneggiamenti provocati dalle piene del fiume Reno e dall'erosione delle acque. Alle periodiche, costanti manutenzioni si alternavano vistosi rifacimenti interessanti, spesso, anche il canale. In particolare nell'ultima decade del XIII secolo la chiusa dovette essere sottoposta a diversi lavori straordinari, fra cui quelli attuati nel 1288, nel 1289, nel 1294, con interventi su questa e sul canale, nel 1295 e nel 1298. Per quanto riguarda gli interventi del 1295, ventuno ingegneri e alcuni maestri effettuarono un sopralluogo alla chiusa e al canale di Reno per definire il progetto e le opere necessarie per condurre una maggior quantità di acqua a Bologna7.

Fra il XIII secolo e gli inizi del successivo seguì la realizzazione di un’altra chiusa lapidea poco più a monte. Riparato nel 1317, nel 1324 e nel 1327 sotto il Cardinale Legato Bertrand du Pouget, fra il 1361 e il 1363 il manufatto venne fatto sistemare dal Legato Pontificio Gil Alvarez Carrillo de Albornoz8, che fece anche modificare il nuovo canale, prodotto dall’unione del ramo dei Ramisani con quello del Comune9.

Negli ultimi giorni di settembre del 1893 una piena eccezionale, provocata da un violentissimo nubifragio abbattutosi sull’alta valle del Reno, scalzò e a demolì la spalla sinistra dello sbarramento e 250 metri del muraglione del canale. Grazie all'interessamento di Giuseppe Bacchelli vennero avviate con celerità gli interventi necessari. L’eccezionale spiegamento di ben seicento operai al giorno consentì di terminare i lavori nei primi giorni di febbraio dell'anno successivo. Nell’occasione si provvide anche a realizzare lo sfioratore a sinistra, che costituiva un prolungamento della chiusa. Di conseguenza, la larghezza complessiva della traversa principale, dello spartiacque e dello sfioratore è attualmente di metri 264,60. Nel contempo venne avviata la sostituzione del palancato ligneo che rivestiva lo scivolo della chiusa con lastre di granito bianco. Il lavoro, eseguito a lotti, fu completato, fra il 1945 ed il 1946, rivestendo con lastre di trachite la parte ricostruita dopo i danni riportati nel corso di un bombardamento aereo.

Di fianco alla chiusa inizia il canale di Reno il cui incile, fornito di paratoia, è chiamato boccaccio. Fra la chiusa e la casa del custode, edificata attorno alla metà del XIX secolo su progetto dell’architetto Giordani inglobando strutture più antiche, la riva sinistra del canale, corrente a una quota più alta rispetto a quella del fiume, è costituita da un muraglione di mattoni. Il manufatto, percorribile, è dotato di due paraporti con paratoie – uno chiamato di mezzo o Stanza e l’altro, di fianco alla casa del custode, di Prà Piccolo – che, detti anche scaricatori di fondo, servono per la regolazione idraulica e per l'eliminazione della ghiaia e dei materiali che si depositano nell'alveo. Due serie di quattro sfioratori di colmata ad arco, aperti nel muraglione, servono per scaricare nell’alveo del fiume Reno le acque eccedenti.

In seguito ai danni provocati nel 1617 da una «fiumana grande» del Reno, la chiusa, il primo tratto del muraglione e un paraporto vennero sottoposti a impegnativi lavori di restauro, progettati e diretti da Pietro Fiorini, eseguiti in un anno e mezzo. Costeggiando la strada di accesso alla casa del custode della chiusa, il canale raggiunge via Porrettana, che sottopassa; prosegue quindi di fianco a via Canale fino al paraporto Scaletta dove, in passato, nella stagione invernale alcuni addetti frantumavano e smaltivano il ghiaccio che ostacolava il deflusso delle acque (fig. 4). Fra questo punto e la Croce di Casalecchio, verso il fiume l’alveo è contenuto da un ulteriore tratto di muraglione fornito di due paraporti (della Macelleria– attualmente chiamato di San Luca– e del Verruchio o Verocchio). Dove termina il muraglione era attivo un ulteriore paraporto detto Pelizone, in seguito smantellato. Più in alto, parallelamente al canale, corre la pista ciclopedonale realizzata riutilizzando il vecchio tracciato della linea tranviaria che anni addietro collegava Bologna e Casalecchio.

 Alla Croce di Casalecchio il canale di Reno sottopassa via Bastia, nome riferito alla fortificazione fatta erigere dal Cardinale Legato Albornoz nel luogo occupato un anno prima (1359) dal campo trincerato realizzato dal marchese Francesco d'Este, da Andrea, figlio di Giovanni Pepoli, e da Obizo, figlio di Giacomo Pepoli. Proseguendo dietro le case prospicienti via Canonica, il canale raggiunge l’omonima località, già sede del monastero dei Canonici Renani cui appartenevano, nel XII secolo, i diritti sul ponte di Casalecchio, dove è attivo l’ultimo paraporto. In questo luogo, dove dal 1856 operava il canapificio Canonica, che produceva tele grezze e cordami lavorando materie prime provenienti dal territorio bolognese, entrerà in funzione una centrale idroelettrica.

Poco oltre, il canale si sposta sul lato opposto di via Canonica entrando, sottopassato l’asse viario formato dalle vie Simone de’ Crocefissi e Caravaggio, nel territorio del Comune di Bologna. Prosegue quindi di fianco alla pista ciclopedonale del parco pubblico Zanardi fino al ponte del Ghisello, nome riferito alla famiglia Ghiselli proprietaria in passato di diversi terreni nella zona circostante. Superato il ponte del Ghisello, il canale, il cui percorso è rimasto pressoché invariato rispetto alle modifiche apportate sotto la legazione pontificia del Cardinale Albornoz, costeggia la pista ciclopedonale che rasenta il muro di cinta dell’ex complesso conventuale dei Certosini, edificato a partire dal 1334 su terreni donati dal giurenconsulto Giovanni d’Andrea, soppresso nel 1796 e adibito a cimitero pubblico nel 1801 in seguito alle disposizioni napoleoniche. All’incrocio con via della Certosa il canale sottopassa il ponte porticato edificato nel 1833-1834 secondo le modifiche dell’architetto Luigi Marchesini, subentrato all’ingegner Ercole Gasperini, deceduto nel 1829, cui nel 1811 era stato affidato il progetto del portico fra il Meloncello e la Certosa.

Al di là di via della Certosa, dopo un breve tratto a cielo aperto fornito di uno sgrigliatore per fermare e rimuovere le immondizie trasportate dalla corrente, la canalizzazione prosegue, interrata, lungo via delle Tofane, raggiunge quindi via Sabotino che percorre fino a viale Vicini. Poco a monte di questo viale, nella prima metà del XV secolo dal canale di Reno venne derivata la canaletta della Ghisiliera, scavata nei terreni che appartenevano alla famiglia Ghisilieri. Come ai nostri giorni, la canaletta giungeva a Trebbo di Reno dove azionava il mulino per grano del Borgognino, già nominato nella prima metà del Cinquecento. Più a valle rispetto alla derivazione della canaletta, il torrente Ravone supera il canale di Reno scorrendo su un ponte canale in passato chiamato degli Stecchi per le ramaglie che si fermavano contro.

Sottopassato viale Vicini, il canale entra in città attraverso il passaggio della Gradaricavato in questo breve tratto della terza cerchia muraria scampata alle demolizioni attuate fra il 1901 e il 1902 (fig. 5). Il nome Grada è dovuto alle due grate di ferro, tuttora conservate, usate per fermare i rami e le frasche trasportate dalla corrente e per impedire introduzioni clandestine di merci e di persone all’interno della cinta muraria. Dopo la Grada il canale renano sottopassa longitudinalmente l’ex omonimo opificio, eretto fra il 1691 e il 1693, adibito nel tempo a uso di pellacaneria (concia di pelli) e di gualchiera (per pestare e sodare i panni e i feltri), attualmente sede del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno e di quello della Chiusa di San Ruffillo e del Canale di Savena. A cavallo fra il XIX e il XX secolo nell’edificio venne installata una delle prime dinamo che, collegata a una ruota azionata dalla corrente del canale, produceva energia elettrica per l’Istituto Ortopedico Rizzoli, fornita tramite una linea aerea elettrificata su pali installata lungo i viali di circonvallazione. A scopo didattico alcuni anni addietro all’interno del fabbricato è stata installata un’altra ruota connessa a una dinamo che produce 16 chilowatt di energia elettrica.

Superato l’opificio della Grada, il canale seguiva, scoperto, l’omonima strada fino a via San Felice, che oltrepassava scorrendo sotto il ponte della Carità, realizzato in muratura nel 1289 a sostituzione di quello ligneo distrutto dalle acque. Prima della copertura del canale, attuata nel 1957, la riva sinistra in via della Grada era attrezzata con lavatoi pubblici per il lavaggio di panni e biancheria.

Oltre il ponte il canale correva a cielo aperto lungo la mezzeria della strada chiamata, a partire da via San Felice, Riva di Reno. Fra il ponte dell’Abbadia (di fronte all’omonima strada) e la chiesa della Madonna del Ponte, costruita dopo la peste del 1527 sul prolungamento del trecentesco ponte delle Lame, la riva sinistra era fornita di lavatoi pubblici a trincea disposti su due piani a gradinata.

Fin dal Medioevo dal tratto di canale di via Riva di Reno, coperto nel 1957, si diramava una complessa rete sotterranea di condotti per la distribuzione di acqua a eterogenee attività produttive, diverse della quali ancora attive nei primi anni del XX secolo. I filatoi per seta, in gran parte distribuiti nella zona fra le vie San Felice e San Giorgio di Poggiale (attuale Nazario Sauro), costituivano le attività di maggior rilevanza economica, ma dalla fine del XVIII secolo la crisi del mercato serico portò a una loro consistente diminuzione.

Dopo le soppressioni, nelle aree occupate dai conventi delle Convertite, all’angolo fra le vie delle Lame e Borgo Rondone, e di Santa Maria Nuova in via Riva di Reno, attraversate da condotte per il funzionamento dei filatoi per seta e per l’irrigazione degli orti, furono impiantate attività che abbisognavano di acqua. In particolare nel complesso delle Convertite fu attivata la trafila della zecca e nel convento di Santa Maria Nuova venne realizzata la Manifattura Tabacchi (1801), attualmente sede della Cineteca Comunale. Fra via Marconi, che sottopassa, e palazzo Gnudi, edificato su disegno di Francesco Tadolini nel 1796, il fondo dell’alveo è in contropendenza  rispetto alla direzione della  corrente11, particolarità che induce a pensare a un riutilizzo di un condotto romano usato, a suo tempo, per smaltire parte delle acque fognarie cittadine nel Cavaticcio, probabile antico alveo del Rio Vallescura, scaturente dai rilievi collinari fra le porte San Mamolo e Saragozza, attualmente ricordato dal toponimo della via che si immette in viale Aldini.

Un brevissimo tratto sotto il portico del civico 25 di via Galliera, con sezione triangolare, potrebbe essere un'opera d’epoca romana rinforzata nell’alto Medioevo con sottomurazioni in laterizi12. Da qui fino a via dell’Indipendenza, che sottopassa, l’alveo prosegue incuneato fra le case prospicienti via de’ Falegnami.

Ancora nei primi anni del secolo scorso gli edifici prospettanti il canale fra le vie Malcontenti e Oberdan, scampato alle coperture attuate fra gli anni Trenta e Cinquanta del XX secolo, già fungente da fossato difensivo della seconda cerchia muraria edificata nell’XI secolo, erano provvisti di lavatoi a ponte levatoio, costituiti da tavolati di legno sospesi sul livello dell'acqua, e di botti e vasche in cui si calavano le lavandaie per lavare i panni.

Lo scivolo con accesso dall’inizio dell’attuale via Augusto Righi era usato per scendere al guazzatoio, realizzato nell’alveo nel 1219 contemporaneamente all’apertura della piazza del Mercato (attuale piazza VIII Agosto), che serviva per l’abbeveraggio e il lavaggio degli equini e dei bovini. Dopo aver sottopassato il ponte di via Malcontenti (detto dei Preti), su cui transitavano i condannati alla pena capitale condotti alla piazza del Mercato per essere giustiziati, e quelli delle vie Piella – dove è conservato uno dei torresotti della seconda cinta muraria – e Guglielmo Oberdan – chiamata in passato Case Nuove di San Martino –, il canale di Reno svolta decisamente a sinistra in un pozzo luce interno della casa al civico 45 di via Oberdan. L’edificio fu costruito nel 1909 dove sorgeva un oratorio, cui si accedeva da via delle Moline, sostituito alla fine del XIV secolo da una chiesetta – detta Santa Maria delle Sette Allegrezze o degli Annegati – in cui venivano esposti i corpi degli annegati per essere riconosciuti. In seguito alle soppressioni, nel 1808 la chiesetta, affidata nel 1605 alla Confraternita di Santa Maria del Carmelo, venne chiusa.

Da questo punto il canale veniva chiamato delle Moline per i mulini per grano distribuiti lungo il corso interposto fra le case con gli affacci sulle vie Capo di Lucca e Alessandrini. Il corso del Canale delle Moline – visibile in fondo allo scivolo fra i civici 2 e 4 di via Capo di Lucca – era caratterizzato da numerose paratoie trasversali all’alveo utilizzate per regolare le portate idrauliche e per indirizzare l’acqua verso i mulini e le lavorazioni secondo i turni stabiliti. Fino al XIX secolo lungo le rive erano distribuite anche alcune baracche ad uso bagni privati montate su pontili di legno. Dietro la costruzione al civico 15 di via delle Moline nel 1897 venne installata una dinamo, collegata a una ruota idraulica azionata dalla corrente del canale, che produceva energia elettrica per l’illuminazione delle abitazioni delle vie Repubblicana (attuale via Augusto Righi) e dell’Indipendenza fino al civico 2813.

Le case fra gli attuale civici 9 e 25 di via Capo di Lucca, dietro cui scorre il torrente Aposa, costruite a partire dal 1516 dall’Università delle Moline e delle Moliture, ospitavano i mugnai addetti alle macine per grano distribuite lungo il canale delle Moline retrostante gli edifici di fronte. Parzialmente danneggiate da un bombardamento aereo nel 1944, fra il 1948 e il 1949 furono restaurate a cura della Soprintendenza ai Monumenti.

Oltre via Irnerio il canale delle Moline, proseguendo dietro gli edifici che si affacciano sul lato orientale di via del Pallone – strada in cui fino al dopoguerra era attivo un mulino per grano – , raggiunge il piazzale interno dell’autostazione (fiancheggiante viale Masini), costruita nel 1966 su progetto dell’ingegner Alessandro Lollini. Sotto il piazzale il canale delle Moline e il torrente Aposa, fino al Settecento confluente nella canalizzazione dopo porta Galliera, si uniscono.

Davanti a Porta Galliera il canale delle Moline fungeva da fossato difensivo della terza e ultima cerchia muraria, realizzata fra il 1226 ca. e il 1390. In via dell’Indipendenza, di fianco alle scalee della Montagnola – sistemata alla fine del XIX secolo su progetto dell’architetto Tito Azzolini e dell’ingegner Attilio Muggia –, sono visibili i resti del forte di Galliera, costruito e distrutto cinque volte fra il XIV e il XVI secolo. In occasione dell’ultima ricostruzione, attuata nel 1507 sotto papa Giulio II, il corso d’acqua venne deviato all’interno della cittadella di pertinenza della fortificazione per azionare alcuni mulini per grano.

Attraversata piazza XX Settembre, il corso d’acqua formato dal canale delle Moline e dal torrente Aposa corre parallelamente a via Boldrini, dove è conservato uno dei pochi tratti della terza cerchia muraria scampati alle demolizioni del 1901-1902. A partire grosso modo dall’incrocio con viale Silvani, il corso d’acqua raggiunge il sostegno della Bova – nell’attuale via Bovi Campeggi –, sede nel Medioevo del porto del Maccagnano.

di Angelo Zanotti

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