La Chiusa di Casalecchio fra Otto e Novecento

La storia

All’inizio del secolo XX la chiusa di Casalecchio era ancora interamente ricoperta in legno, cioè, su una struttura in muratura era impostata un’intelaiatura di sostegno in legno, su cui era fissata la copertura in tavelle di legno inchiodate. Lo mostra con evidenza un disegno del 1808 (fig. 1 a-b-c-d-e-f) allegato ad una perizia fatta preparare per la causa fra i proprietari terrieri Camillo Zambeccari e Francesco Sampieri: quest’ultimo aveva fatto lavori di sistemazione dell’alveo del Reno, contrariamente all'ordine governativo di non erigere steccate nel greto del fiume Reno sia a valle che a monte della chiusa stessa onde impedire gli straripamenti del fiume nei terreni circostanti. La chiusa inoltre interessava completamente l’alveo del fiume, che era stretto entro le sponde; queste a loro volta erano difese da steccate a monte e a valle. L’ing. Francesco Rossi, dell’Ufficio dell’Ingegnere capo di acque e strade (di cui era ingegnere capo tal Giusti), scriveva una relazione al Prefetto del Dipartimento del Reno il 20 giugno 1809 nella quale descriveva la situazione precedente: già il cardinale Archetti, ex Legato di Bologna con il passato regime, aveva proibito ai possidenti frontisti di eseguire lavori arbitrari di difesa dei terreni adiacenti alle sponde. A quel momento ai proprietari era consentito approntare opere di difesa entro una linea segnata in rosso nel disegno, ma non al di fuori, onde non influenzare il corso in modo che l’acqua non entrasse nell’incile del canale.

In seguito manca la documentazione sia nell’archivio del Genio civile sia nell’archivio del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, allora definito Congregazione Consorziale. La documentazione riprende all’incirca alla metà del secolo.

1853

La Società per le Miniere d’Asfalto, rappresentata da Bernardo Erba, con sede a Parigi e Roma, propose alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno di ricoprire la chiusa con asfalto naturale, in modo da eliminare le infiltrazioni d’acqua e garantire una migliore manutenzione. L’ingegnere d’ufficio Pietro Francesco Ghedini il 4 giugno proponeva di coprire il massicciato, evitando così le tavole sovrapposte. Nella seduta del 6 giugno il segretario della Congregazione, Ottavio Tubertini, comunicava all’ingegnere il mandato di assumere maggiori informazioni. Il 9 luglio l’ingegnere chiedeva all’Erba di venire a vedere la chiusa per poter fare un preventivo, gli forniva i dati sulle disponibilità di sassi, legna e carbone per poter trattare l’asfalto e gli comunicava però che durante le piene il fiume trasportava una considerevole quantità di ciottoli, che passavano forzatamente sopra la diga. Ciò significava che lo strato di asfalto non doveva essere sottile, per resistere all’attrito continuato. Non ci sono riscontri sull’effettivo utilizzo in seguito dell’asfalto.

1855

A seguito di una piena sopravvenuta nei giorni precedenti, il 26 settembre l’ingegnere d’ufficio informava la Congregazione che si erano formati due rami nel fiume Reno, uno che si dirigeva direttamente all’incile e un altro che urtava contro il ciglio di ponente della chiusa e contro il magazzino; in tal modo una parte dell’acqua scorreva sulla chiusa e c’era quindi scarsità d’acqua nel canale. L’ingegnere proponeva quindi di costruire un argine di sassi e ghiaia di 20 pertiche per convogliare la corrente verso il canale. La Congregazione decideva di aspettare le piene a venire per prendere provvedimenti.

1862

Dopo l’Unità d’Italia per la prima volta nel 1862 fu avanzata la proposta di rivestire di granito la chiusa, sostituendo il legname, che richiedeva una costante e costosa manutenzione, cioè la sostituzione annuale, durante il periodo di secca, delle tavole deteriorate. La diffusione delle ferrovie e la disponibilità a basso costo di materiali delle cave del nord Italia consigliavano di prendere in considerazione la possibilità di questa sostituzione. Nella seduta di Congregazione del 26 maggio il segretario Claudio Golfieri demandava all’ing. Ghedini di esaminare la proposta avanzata da Floriano e Carlo Vidoni.

1863

In quest’anno fu seriamente presa in considerazione la possibilità di ricoprire, in via di esperimento, una parte dello scivolo della chiusa con granito. Dapprima, il 14 aprile, l’ingegnere d’ufficio comunicò ai delegati consorziali che le piene avevano asportato “un tratto di metri 6,80 della grossa madiera che forma l’estremità, ossia gronda della chiusa, e con essa madiera si è divelta l’assata in una superficie di circa metri quadri ventisei. Un tale guasto, avvenuto nel mezzo circa della chiusa, merita un pronto riparo” e infatti il 29 aprile il guasto era riparato. L’11 luglio i delegati consorziali Luigi Orsoni e Fabio De Maria rivolgevano ai colleghi un promemoria sull’opportunità di sostituire una piccola parte - un metro - del tavolato con granito in modo da verificarne praticamente l’effetto. Il segretario trasmetteva la memoria all’ing. Ghedini insieme all’incarico di preparare il progetto. Il 29 luglio il Ghedini rispondeva proponendo di sostituire una parte maggiore del tavolato, cioè 3 o 4 metri di larghezza. Quanto alla proposta Vidoni del 1862, il Ghedini rilevava che l’intera sostituzione con granito dell’intera superficie (di 5.000 metri quadrati) sarebbe costata almeno 225.000 lire, cioè una cifra altissima, e quindi sottoscriveva la proposta di fare prima un esperimento che comportasse la spesa di 6.000 lire per 4 metri di larghezza della chiusa. Nella sua relazione il Ghedini forniva una sintetica ma efficace descrizione della struttura della chiusa a quei tempi: “Il grandioso manufatto della nostra chiusa in Reno detta di Casalecchio richiede per la sua conservazione di essere coperto di una qualche materia, che impedisca alle acque di fare dei guasti nel massicciato della chiusa stessa, e fin qui le più usate sono state le tavole di legno rovere assicurate con chiodi in sottoposte madiere, e tale sistema si è esperimentato con più maniere di tavole ed anche con differenti qualità di legname, ma è indubitato che ogni anno vi occorrono dei risarcimenti ed anche la rinnovazione di parziali tratti di tavolato”. La Congregazione nella seduta del 29 luglio demandò alla Commissione per la sorveglianza della chiusa di trovare il granito più adatto e conoscerne il costo, in modo da potere in futuro fare l’esperimento.

1864

Il 9 novembre l’ingegnere d’ufficio faceva rilevare alla Congregazione Consorziale che una straordinaria piena verificatasi il 6 precedente aveva divelto il ciglio della chiusa per circa 30 m in prossimità dell’incile del canale ed era anche stata asportata una parte della muratura sottostante. Recuperati poco a valle i tratti divelti del ciglio, il 14 l’ingegnere si era recato in visita alla chiusa per verificare lo stato delle costruzioni annesse e ne riferiva il 16 alla Congregazione. Nel magazzino si era aperta una grossa crepa; nel muro di prolungamento dell’ala sinistra della chiusa occorreva un rialzo, era crollato un gradino di macigno della scala che dal magazzino scendeva al tavolato della chiusa e infine lo scivolo stesso della chiusa per una lunghezza di 38 metri e larghezza di 7 metri era stato privato della copertura con asse. Il 9 dicembre l’ingegnere riferiva sulle riparazioni eseguite, che per la chiusa erano consistite nel rimettere il ciglio divelto; tuttavia solo una parte era stata recuperata e rimontata e restava aperto un lungo varco alle acque, che così sormontavano la chiusa e venivano sottratte al canale. Si era anche provveduto a porre gabbioni di ferro pieni di sassi ai piedi della chiusa per colmare il gorgo che si era formato. Il 14 dicembre l’ingegnere riferiva di aver provveduto ad una sistemazione provvisoria, con una “palafitta di agocchie fatta davanti al petto della chiusa a sostegno di un’assata per chiudere il varco alle acque, riempiendo le cavità anche con gabbioni pieni di sassi, ed in linea al ciglio della chiusa si era posto un lungo trave fermato dall’un capo nel muro di spalla destra della chiusa stessa”. Tuttavia era sopravvenuta una seconda piena, che aveva scompaginato il lavoro appena fatto, che si sarebbe tuttavia potuto rifare appena l’acqua fosse calata.

1865

I lavori per la riparazione della chiusa a seguito delle piene del novembre precedente proseguirono nel 1865: l’11 gennaio l’ingegnere riferiva i risultati di una visita eseguita con il dott. Fabio De Maria, membro della Congregazione. La “bocca”, cioè il varco nella chiusa era stata chiusa con gabbioni pieni di sassi coperti da un tavolato di asse di abete, meno costoso del rovere. Invece il ciglio della chiusa, mancante per circa m 27, non era ancora stato ripristinato. Il 12 gennaio seguente una nuova grande piena aveva in parte vanificato il lavoro fatto, sollevando le tavole per le riparazioni, come rilevava il 16 in una sua lettera l’ingegnere d’ufficio. Lo stesso ing. Ghedini il 9 marzo doveva informare di un’altra ingente piena avvenuta il 7 marzo, piena che aveva di nuovo rovinato i lavori provvisori, divelto e trasportato a valle i legnami e spostato anche i cassoni pieni di sassi. Il 29 aprile si era ribassato il livello del fiume e ciò aveva creato mancanza d’acqua nel canale, quindi l’ingegnere aveva fatto provvedere a ricondurre l’acqua nell’incile attraverso “un lavoro di tavole fermate ad agocchie di ferro piantate entro ai paracarri o fittoni murati nel massicciato della chiusa, in guisa tale che non si dispanda acqua per detta rotta”. A conclusione di questo annus horribilis per la chiusa, il 26 giugno l’ingegnere aveva verificato “esistere dei vani entro il corpo della chiusa coperti di piccoli voltini, pieni di melma e ghiaja, per cui la detta chiusa in tale località riesce di poca solidità, essendovi soltanto diverse agocchie e traverse di rovere, che ne formano l’orditura principale”. Fu quindi “riconosciuto necessario, di riempire i detti vani con muramento di mattoni e fassi in calce e puzzolana espurgandone prima la melma e ghiaja, che vi esiste”. Intanto si esaminavano i progetti per rivestire in granito lo scivolo della chiusa: il 12 luglio una commissione composta dall’ing. Ghedini, dal conte cav. Agostino Salina e dall’assuntore dei lavori si recò in visita alla chiusa. Le disposizioni tassative dettate dalla Congregazione per fare l’esperimento di sostituzione di una parte del tavolato erano: 1) di sostituire 140 metri di copertura e che fosse a carico dell’assuntore il disfacimento del tavolato vecchio, che restava di sua proprietà; 2) che le lastre di granito fossero di 15 cm di spessore, mentre quelle che dovevano collocarsi all’impiedi per bloccare le altre dovevano avere uno spessore di 30 cm per uno spessore di ulteriori 30 cm che andavano murati; 3) che il materiale come calce, pozzolana e altro fosse a carico dell’assuntore; 4) che le pietre, oltre che essere unite “a coda di rondine”, fossero fermate una per una da ganci di ferro, lunghi 60 cm e grossi cm 4; 5) che il lavoro fosse finito prima della fine di agosto. Siccome erano state stanziate solo 1.000 lire delle 4.900 occorrenti, l’assuntore avrebbe dovuto accettare di riceverle come acconto e di aspettare il saldo l’anno seguente, se il lavoro fosse riuscito bene. Tuttavia solo il 1° agosto seguente fu stipulato il contratto con Davide Ventura di San Giovanni in Persiceto, che vide le clausole elencate, la sorveglianza dei lavori assegnata all’ing. Ghedini e il termine per la consegna spostato alla fine di settembre. Il tratto da coprire andava “dalla linea dello sbocco della portina fino alla linea inferiore dello sdrucciolo della chiusa”; il granito da usare era quello di Montorfano. Il 26 seguente l’ingegnere confermava che i lavori erano cominciati l’11, che fino allora era stato fatto un tratto di mq 43,05 e che il lavoro era stato fatto bene. A suo parere l’assuntore avrebbe potuto terminare i mq 45,75 rimanenti entro i primi giorni del mese di ottobre. In una successiva relazione del 5 ottobre addirittura l’ingegnere d’ufficio riferiva che il lavoro era stato fatto a regola d’arte e finito il 29 settembre. In una relazione del 30 dicembre 1866 lo stesso ingegnere certificava che il lavoro non aveva subito alcun danno.
Negli anni seguenti fu eseguita solo l’ordinaria manutenzione alle tavole rovinate.
Un dipinto di Luigi Bertelli (Bologna 1832-1916) del 1867 circa mostra l’imbocco del canale, a riprova della particolarità del manufatto nel paesaggio anche per un pittore (immagine “bertelli 2”).

1868

Una piena straordinaria avvenuta il 22 settembre costrinse la Congregazione Consorziale a prendere immediati provvedimenti per riparare il ciglio della chiusa, divelto dalla forza delle acque per una lunghezza di circa 25 metri in prossimità dell’incile, e per riparare la muratura sottostante, anch’essa rovinata dalle acque. L’ingegnere d’ufficio Ghedini il 26, appena abbassatasi l’acqua, verificò che il tavolato era stato in gran parte divelto, mentre in una parte in cui si era usato un nuovo sistema con “quaderletti” non si erano avuti danni. Per condurre la corrente d’acqua comunque nel canale l’ingegnere proponeva di predisporre un argine con “burghe” piene di sassi, in modo da non lasciare a secco i numerosi utenti. L’argine, che chiudeva la “bocca” apertasi nel ciglio della chiusa, fu predisposto a partire dal 5 agosto, con la magra del fiume e la secca del canale. Ma il 9 novembre l’ingegnere lamentava che nuove piene del 7 e 8 precedenti avevano distrutto la riparazione provvisoria. Una nuova piena del 25 novembre aveva ulteriormente danneggiato la chiusa.

1869

Le grandi piene dell’inverno 1868-9 si ripeterono ancora nella primavera: il 30 giugno l'ing. Ghedini riferiva che il giorno precedente due piene a distanza di poche ore avevano di nuovo divelto le travi messe per rafforzare il ciglio rovinato. Il 14 luglio comunque i lavori di riparazione provvisoria erano terminati. Fra le minute dell’ingegnere d’ufficio si rintraccia poi altra documentazione che indica come per togliere le infiltrazioni d’acqua che si manifestavano “nel grande muramento della Chiusa di Casalecchio le quali fanno palese esistervi in quel manufatto qualche parte staccata dal masso principale” l’ingegnere d’ufficio del Consorzio nel preventivo dei lavori di manutenzione per il 1870 propose di “proseguire il getto fattosi in muramento essendo di cemento idraulico, e puzzolana, come con ottimo successo si è ottenuto nel lavoro di riparo eseguitosi nel corrente anno [1869], e cioè per la lunghezza di metri 60 e nell’altezza raguagliata di metri 2, e grossezza di centimetri 30, che sono metri cubi 40,80 L. 5.000”. A questa cifra nel preventivo per l’anno 1870 l’ingegnere aggiunse lo scavo della ghiaia, varie immorsature “da farsi colla massima precauzione”, valutate in L. 40 al metro cubo, per un totale di L. 1.632. La riunione della Congregazione deliberò di “Provvedere N° 16.000 di mattoni”.

1870

Ancora nel preventivo per il 1870 stilato dall’ingegnere d’ufficio veniamo a sapere che in occasione delle annuali riparazioni si continuò la sostituzione del tavolato o assito di legno, che ricopriva la chiusa, con “quaderletti” di rovere, sostituzione che era prevista da ultimarsi in tre anni. La superficie totale ancora da farsi era di metri quadrati 834,75; nel 1869 ne erano stati eseguiti mq 887,06. L’ingegnere previde che occorressero 3.300 quaderletti di rovere, considerando anche “che si trovino in quella località più soggetta al corso delle acque le madiere in condizione poco buona”, per una cifra di L. 2.000. Da una lettera del 27 aprile 1870 rivolta alla Congregazione Consorziale della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno l’ingegner Giovanni Pallotti afferma che da parte del fornitore Battaglia era già cominciata la consegna dei quaderletti “per la mantellatura della Chiusa di Casalecchio” e occorreva per prima cosa “predisporre le madiere sulle quali vengono assicurati li quaderletti”, cioè sistemare le tavole su cui andavano inchiodati i quaderletti. Siccome in quella stagione c’era poca acqua nel Reno “tutto il tavolato della Chiusa rimane asciutto” e quindi si poteva iniziare il lavoro il lunedì 2 maggio seguente.

1871

Dal preventivo per il 1871 veniamo a sapere che nel 1870 furono sostituiti mq 834,75 di tavolato, mentre per il 1871 se ne prevedevano mq 833. Il quantitativo di quaderletti occorrente era di 800 di misura di piedi 6 e mezzo e di 2.200 di piedi 6, della solita grossezza di once 3 per once 4; in totale piedi lineari 18.400. Considerando anche la sostituzione delle “madiere” mancanti o inservibili e l’opera muraria, più il lavoro dei falegnami, chiodi ecc., la spesa prevista era di L. 11.500.
Fra le grandi riparazioni previste dall’ingegner Pallotti c’era la prosecuzione del “muro di rinfianco al petto della chiusa, e condurlo a compimento in tutta la sua lunghezza per evitare un qualche rilevante guasto nel ciglio della medesima, occorre un muro da costruirsi in calce e cemento idraulico, e questo risulterebbe lungo metri 80 alto raguagliatamente metri 2 e grosso in media centimentri 40 , quindi un solido di metri cubi 64 tutto di mattoni che valutatone il suo costo, e più l’escavo da farsi in ghiaja onde raccogliere le filtrazioni, le quali impedirebbero di eseguirne la costruzione, costa questo lavoro L. 3.000”. Per quell’anno 1871 l’ingegnere d’ufficio previde invece fra i lavori di ordinaria manutenzione “l’annuale riparazione da farsi al vecchio tavolato della Chiusa, venendo questa sensibilmente diminuita per l’effettuazione del nuovo metodo di quaderletti invece di tavole, si limita la spesa a L. 1.000”.

1872

Nel preventivo per il 1871 non fu indicato se il muro fosse stato approvato, mentre in quello per il 1872 fu approvata solo l’annuale manutenzione della chiusa con sostituzione dei quaderletti alle tavole per una spesa di L. 400.

1873

Anche nel preventivo per il 1873 non fu indicato il muro di rinfianco della chiusa, ma solo la sostituzione della copertura con i quaderletti. “Volendosi condurre a termine il tavolato della Chiusa col praticato nuovo sistema di quaderletti di Rovere, o Quercia, invece delle tavole… ne rimangono soltanto metri quadrati 743,12 per quali occorrerà la provvista di numero 2.800 quaderletti, e cioè n° 1868 di piedi 6 e n° 932 di piedi 6 e mezzo tutti di once 3 x once 4 che in complesso sono piedi lineari 17.266 per l’importo di L. 5.352,46. Ed avuto a calcolo la fattura da Falegname, e Muratore, chiodi ecc. si pone la spesa presuntiva di L. 9.500”.

1875

Il 6 novembre di quell'anno l’ingegnere d’ufficio Adelfo Pasi comunicava che a seguito di una piena erano stati asportati diversi quaderletti e le madiere sottostanti e comunicava che i lavori di riparazione erano già cominciati, essendo indilazionabili. Tuttavia dovette trattarsi di una semplice manutenzione.

1882

Benché non sembri esservi traccia amministrativa negli anni precedenti di questo lavoro, il 31 luglio l’ing. Adelfo Pasi comunicava alla Congregazione Consorziale che il “nuovo muramento” iniziato era circa a due terzi, ma si erano incontrate difficoltà e spese impreviste “sia per la profondità a cui trovasi il tufo sul quale va appoggiato il nuovo muramento... sia per la grande quantità di cemento che conviene impiegare per ottenere l’immediato assodamento di tutta la parte del manufatto in fondazione e dell'involucro esterno della sua parte in elevazione”. Lo “Specchio sinottico delle spese relative alla costruzione di un muro lungo la gronda della Chiusa” assomma un importo di 18.523 lire. Nella sua relazione l’ingegnere sottolineava che si era prima dovuto “vuotare il pelago sottoposto al grande manufatto mediante una centrifuga messa in moto da una locomobile della forza di 10 cavalli” per una durata di quasi sei giorni. “Il muro eseguito - continua il Pasi - è della lunghezza di m. 117 della media altezza di m. 6 e della ragguagliata grossezza di m. 0,45 in sommità e m. 1,40 in base, essendo costrutto a scarpa. Il suo rivestimento esterno è tutto in mattoni uniti in cemento per la grossezza di cent. 60 o 45 a seconda dei casi nella parte inferiore, di cent. 30 a cominciare da m. 1,50 sulla fondazione e per l’altezza di un metro e di m. 0,225 in media in tutto il resto, ed è la sommità del detto muro terminata da un rizzolo pure in cemento inclinato ed internato nel muro per guarentirlo dagli urti delle piene. L’interno del manufatto in parte è in cotto ed in parte in calcestruzzo, nell’impasto del quale si è fatto uso di calce e di cemento, come pure in cemento sono costrutte tutte le immorsature non che due mani spianate a maggiore collegamento e robustezza del manufatto. Il lavoro è durato 12 giorni e solo 10 le opere murarie, le quali sonosi intraprese il 3° giorno, appena cioè l’acqua è discesa di circa un metro e mezzo del suo livello ordinario”.
Una relazione datata 28 agosto inviata alla Congregazione Consorziale dalla Commissione incaricata della sorveglianza dei lavori e formata da Giuseppe Mascherini e Giuseppe Balugani, anche per il collega Gaetano Besteghi, sottolineava la perfetta riuscita del “grandioso ristauro felicemente compiutosi in quest’anno al muro di gronda della chiusa” e la velocità dell’esecuzione, sorvegliata dall’ingegnere d’ufficio; anche i prezzi erano congrui. La commissione concludeva esprimendo la piena soddisfazione per l’opera.

1893

Nella notte del 1° ottobre 1893 una eccezionale piena del fiume Reno causò una rotta dell’argine sinistro e la creazione di un nuovo corso. In tal modo l’acqua non si dirigeva più né verso il canale né verso la chiusa, ma allagava i campi circostanti sulla riva destra e poi cambiava direzione ed erodeva la roccia dell’altra riva. La Congregazione Consorziale non poteva far fronte ad un intervento così complicato e costoso e chiese che se ne occupasse la Provincia di Bologna; la richiesta fu accettata, anche grazie alla sensibilità del suo presidente, avv. Giuseppe Bacchelli, e all’inizio dell’anno seguente iniziò la riparazione d’emergenza con argini formati da burghe di fil di ferro riempite di sassi forniti dalla ditta di Raffaele Maccaferri, che ne aveva la paternità e l’esclusiva. Il progetto fu degli ingegneri Ugo Brunelli e Filippo Canonici: fu presentato il 12 gennaio 1894 (immagini “provincia 1894”). L’appalto dei lavori per la chiusura della rotta fu vinto dalla ditta Ferdinando Bonora; il 22 giugno 1894 veniva stilato lo stato finale dei lavori, che però si erano conclusi all’inizio del 1894. Altri lavori furono fatti in economia dal capomastro muratore Marino Quadri.

1894

Dopo gli interventi più urgenti per riportare il corso del Reno nell’alveo precedente, conclusi nel febbraio, iniziarono i lavori per rendere definitiva e sicura la nuova sistemazione del letto del Reno, con ampliamento della chiusa, tramite la costruzione di un partiacque e di un nuovo tratto di chiusa sul lato sinistro (immagini “provincia 1894 b. 2”). Sia il partiacque che i muri di raccordo con la vecchia chiusa furono costruiti in arenaria di Grizzana o di Vergato dallo scalpellino Giuseppe Bernardi. In quella occasione si iniziò la copertura di parti dello scivolo con lastre di granito da parte della ditta Davide Venturi e figlio (Telesforo che subentrerà al padre alla sua morte) (immagini “provincia 1894 b. 2 196-197-198-199-200-201-202-204”). I lavori di chiusura della rotta e di costruzione del partiacque e della nuova chiusa furono documentati dal fotografo Alessandro Cassarini, dilettante ma insignito di numerosi premi internazionali (“foto cassarini”). Alla conclusione dei lavori l’ing. Giuseppe Boriani fece una relazione al Commissario straordinario (che fu anche data alle stampe) corredata da una planimetria generale (immagini “provincia 1894 b. 2 225-226-227”).

1915

Il 18 febbraio l’ingegnere d’ufficio del Consorzio presentò al presidente il progetto che gli era stato commissionato per ovviare il grave inconveniente che si verificava. Infatti la situazione del fiume era mutata a seguito della costruzione della grande chiusa nel 1894, affermava il presidente del Consorzio: “il filone principale del fiume stesso, diretto già costantemente all’incile del canale, è deviato lungo la sponda opposta cosicché al cessare delle grandi piene si forma facilmente un ghiarile contro la chiusa anzidetta, il quale ostacola il deflusso delle acque verso la bocca di presa, senza che valgano a rimuoverlo l’azione degli scaricatori di fondo del canale stesso”. Le soluzioni possibili erano due: o “la costruzione di opere lungo l’indicata sponda sinistra del fiume allo scopo di ricondurne il filone in direzione dell’incile, oppure la sopraelevazione del ciglio della chiusa per dare una maggiore efficacia di escavazione agli scaricatori anziaccennati. Siccome era allora necessario rifare la copertura della chiusa sostituendo ai “correntini di quercia” delle lastre di granito, il Consorzio - concludeva il Presidente - aveva deciso per la seconda soluzione. Il 5 marzo il presidente del Consorzio presentò quindi domanda alla Prefettura e al Corpo Reale del Genio Civile di potere sopraelevare la chiusa e di rivestirne la superficie con lastre di granito. Il 10 maggio la domanda fu ritenuta ammissibile e il 15 ottobre la Prefettura la ammise all’istruttoria; il 17 novembre l’ing. Torquato Palagi, rappresentante dell’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, si recò a fare la visita alla chiusa insieme al presidente del Consorzio avv. Enrico Masetti, al segretario ing. Enrico Rossi e all’ingegnere d’ufficio Francesco Bassi, e constatò che la situazione corrispondeva al disegno presentato e alla situazione descritta negli atti. Concluse in tal modo: “Resta quindi stabilito che il punto più depresso del ciglio della chiusa dovrà essere sopraelevato fino all’altezza di m 3,226 sotto l’incoltellato del parapetto all’uscire d’acqua nel Boccaccio di presa del Canale di Reno”. Alla domanda è allegato il progetto, completo di relazione ed elaborati grafici (immagini “consorzio 1915 1-2-3-4-5-6”).
La relazione che accompagna il progetto ci offre la descrizione precisa dello stato della chiusa in quel momento, prima dei lavori richiesti: “L’attuale chiusa - afferma l’ing. Bassi - risulta costituita di un enorme blocco di calcestruzzo gettato in mezzo ad una robusta e razionale intelaiatura di legna di quercia, e contenuto fra due muri paralleli al suo asse, l’uno a monte e l’altro a valle. La superficie superiore della chiusa, ad eccezione di una piccola parte che in via di esperimento fu coperta con lastre di granito, risulta tutt’ora coperta con legni di quercia. Detta copertura è formata con travicelli della lunghezza di circa m 2,20 e di sezione metri 0,10 per 0,12, disposti l’uno accanto all’altro nel senso della corrente del fiume in modo da formare una superficie continua; e fissati mediante robusti chiodi ad altri legni di 0,15 per 0,30 disposti in senso normale ai precedenti, ed annegati nella muratura del corpo della chiusa, a cui sono anche legati con lunghe e grosse caviglie murate. Tali legni, detti volgarmente madiere, distano fra di loro di m 1,10”. Anche la soglia superiore della chiusa larga m 0,90, detta comunemente pedana, è coperta con travicelli di quercia; e sopra di essa lungo il suo spigolo a monte, è applicato a guisa di petto, un repagolo alto circa m 0,35 sul piano della pedana costituito di grossi legni di sezione quasi triangolari e di travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati ai precedenti legni mediante robusti chiodi. Tutto il sistema è poi unito al blocco murale della chiusa mediante altri legni e robuste caviglie di ferro murate”. A dire dell’ingegnere d’ufficio il sistema si era rivelato conveniente ed efficace fino a non molti anni prima, quando il prezzo del legno di quercia era la metà; inoltre, considerando anche la sua breve durata, la notevole lavorazione per metterlo in opera, la necessità di frequente manutenzione, si rivelava allora più conveniente sostituire il legno con una copertura in lastre di granito, “il quale esige a un dipresso la medesima spesa d’impianto, e presenta sull’appoggio di esperimenti già eseguiti nella stessa chiusa, una durata enormemente superiore, ed una tenuissima spesa di manutenzione”. In occasione quindi della sostituzione della copertura in legno “si propone anche che venga modificato come ai disegni allegati il profilo longitudinale e trasversale della chiusa nell’intento di eliminare alcuni inconvenienti che si è potuto rilevare, mediante l’osservazione degli effetti prodotti dalle piene del fiume. Anzitutto si progetta di sopprimere il petto o repagolo in legno attualmente esistente, portando le lastre costituenti la soglia superiore o pedana all’altezza del ciglio della chiusa e raccordando il piano di essa con quello della falda inclinata mediante curva e controcurva com’è indicato nei disegni. Tale modificazione viene proposta allo scopo di sopprimere qualsiasi salto nel profilo trasversale che in tempo di piena provoca gorghi e vortici determinando un maggior consumo del materiale di copertura.
L’ing. Francesco Bassi nella sua relazione mette poi in evidenza che con i lavori a monte della chiusa “il filone della corrente il quale in antico si manteneva costantemente dalla parte dell’incile del canale, ora invece si è portato dalla parte opposta. Tale variazione fa sì che al cessare delle grosse piene, le quali mettono in movimento il materiale che costituisce l’alveo del corso d’acqua, si formi un ghiarile davanti alla chiusa che tende a deviare la corrente verso la sponda sinistra e ad ostacolare il deflusso verso l’incile del canale”. A tale grave inconveniente l’ingegnere propose di dare rimedio mediante “la sopraelevazione del ciglio della chiusa di quel tanto che sia necessario per dare agli scaricatori di fondo del canale quella maggiore efficacia di escavazione che valga ad impedire la formazione del ghiarile… ed a mantenere costantemente espurgato l’incile della bocca di derivazione”. Tale variazione rendeva necessaria la richiesta di approvazione della modifica da parte degli organi superiori. Questa era comunque contenuta in una sopraelevazione di m 0,275 nel punto più basso della chiusa e di m 0,27 presso la spalla destra e di m 0,10 presso la spalla sinistra, con una sopraelevazione media di m 0,23.
I lavori, benché approvati, vennero allora eseguiti solo in parte.
Le foto di Giovanni Mengoli, non datate, ma comprese fra il 1900 e il 1915, documentano questa fase della chiusa (foto 2 a-b).

1927

A quel momento la chiusa risultava ancora coperta di travicelli di quercia e dotata di un petto o repagolo sullo spigolo a monte alto m 0,35 sul piano della pedana, formato da legni triangolari e da travicelli messi in piedi l’uno accanto all’altro, fissati con chiodi e fissati al blocco murale della chiusa con altri legni e caviglie di ferro murate. “Un primo campione di lastricato di granito - afferma l’ing. Bassi nella sua relazione del 4 febbraio 1927 - di S. Fedelino fu costruito sulla chiusa nell’anno 1860. Questo lastricato dura ancora in ottimo stato, incorporato nella porzione di chiusa sul fianco destro, dell’ampiezza misurata lungo il ciglio di m 40,40, che fu coperta in granito bianco nell’anno 1894. In detto anno fu eseguita, pure in granito, l’intera soglia inferiore della chiusa e la porzione di pedana corrispondente alla parte di falda inclinata lastricata come sopra. Fu inoltre rinnovata la copertura con legni di quercia nella rimanente parte della falda inclinata e della soglia superiore, e fu pure rinnovato in legno di quercia l’intero ciglio o petto della chiusa. Ma in pochi anni la copertura si logorò a tal segno, specialmente nella parte centrale della chiusa, da richiedere una parziale rinnovazione. Così nell’estate del 1911 si eseguì un importante tratto di lastricato di granito rosso di Cuasso al Monte dell’ampiezza di m 50 in aderenza al lastricato”. Fu allora anche eliminato il repagolo secondo il progetto presentato nel 1915 e fu costruita l’intera soglia superiore della chiusa “con lastroni di granito di S. Fedelino, tranne in un tratto, già lastricato di granito bianco. Tuttavia - continua l’ing. Bassi - anche in questo tratto si è palesata ben presto la necessità della sostituzione, non potendo più la costruzione in legno essere utilmente riparata. Quindi nell’estate del 1925 si sono levate d’opera le lastre della soglia o pedana, per innalzarle sul muro frontale sopra elevato, sino all’altezza del vecchio ciglio di legno demolito… Ora rimane ancora coperta col vecchio sistema dei travicelli di quercia affidati alle madiere murate nel corpo della chiusa una parte considerevole della falda inclinata sul suo lato sinistro per la lunghezza di m 70,90, misurata sulla soglia superiore”. Era quindi più conveniente sostituire tutte le parti in legno con lastricato di granito, ma dividendo il lavoro in tre lotti, da iniziare quell’anno stesso. Con il primo lotto si sarebbero smontati i travicelli e le madiere deteriorati per un’area di mq 738,76; questi sarebbero stati messi in magazzino e utilizzati per sostituire quelli che in seguito si fossero deteriorati. Intanto si sarebbe dovuto raccordare il piano della soglia superiore della chiusa con il piano della falda inclinata con un riempimento di calcestruzzo di ghiaia e di cemento idraulico e pavimentare la falda inclinata con lastre di granito disposte in liste parallele al ciglio. Lo stesso si sarebbe dovuto fare in seguito con il secondo e terzo lotto, per un importo totale di 490.000 lire. Il 4 gennaio il consiglio approvò la proposta dell’ingegnere e la spesa per il primo lotto dei lavori; nella primavera fu espletata la gara fra le ditte Cave Porfido Flor Laives Alto Adige, Graniti e Porfidi Alta Italia e la ditta dell’arch. Enea Trenti. Vinse quest’ultimo, ma i campioni dal lui presentati di porfido dell’Alto Adige non furono di gradimento dell’ingegnere d’ufficio. Lo stesso architetto presentò poi campioni di granito dell’isola della Maddalena, che furono approvati dal presidente del Consorzio solo il 9 giugno 1928.

1937

Una fotografia pubblicata nella rivista “Il Comune di Bologna” del 1935 documenta lo stato della chiusa in quell’anno (foto “chiusa 1935”). La grande piena del 6 ottobre 1937 danneggiò la chiusa di Casalecchio nella sua parte centrale rivestita di granito rosso di Cuasso al Monte: l’ingegnere d’ufficio, Francesco Bassi, rilevò che l’acqua era penetrata sotto la copertura di granito lungo la linea di collegamento con i vecchi tavoloni di quercia. Con la forza della piena l’acqua rovesciò un tratto di circa 20 metri del muro di sostegno a valle, trascinando con sé una striscia di lastricato largo circa 2 metri per un’uguale lunghezza. Il 26 ottobre l’ingegnere faceva presente che aveva già provveduto a rafforzare la linea di unione del lastricato con il tavolato, sostituendo i legni logori con altri nuovi cementati con malta di cemento idraulico; aveva inoltre già recuperato una parte delle lastre di granito divelte, ma suggeriva di provvedere fin da quel momento a comprare granito rosso di Cuasso al Monte e granito bianco di S. Fedelino per la soglia di coronamento del muro a valle.

1938

Il 25 aprile del seguente 1938 l’ingegnere aveva già provveduto a chiedere un preventivo per mq 50 di granito rosso alla ditta Gervaso Oltolina di Cuasso al Monte (Varese) e per m 22 di granito bianco alla ditta Pirovano Romolo fu Andrea di Milano, specificando ad ognuno che la fornitura doveva giungere a Casalecchio entro il mese di luglio seguente. L’1 giugno poi l’ingegnere, a seguito della visita annuale alla chiusa, fece presente al presidente che sarebbe stato opportuno procedere alla sostituzione del tavolato di quercia con granito.

1939

Nella seduta del 7 marzo 1939 il consiglio, presieduto dall’avv. Giorgio Stagni, decise di procedere con la sostituzione della copertura in legno con una copertura in granito, come previsto dal secondo lotto del 1926, per una superficie di circa mq 813, attendendo di avere accantonato una cifra sufficiente per terminare l’opera con il terzo lotto. Fra il 3 aprile e il 15 luglio 1939 le lastre di granito di Cuasso al Monte furono consegnate alla stazione di Casalecchio di Reno, ma in ottobre la ditta consegnò per errore altri due vagoni non ordinati. Tuttavia il Consorzio li ritirò ugualmente, ritenendo che la ditta avesse dato fino ad allora buona prova della sua serietà, anche se l’errore non fu ritenuto verosimile; la ditta accettò però un pagamento dilazionato in tre anni senza interessi. I lavori furono svolti in economia e il 15 settembre 1939 la Cooperativa scalpellini posatori ed affini presentò e ottenne il pagamento di una fattura di 190 lire per lavorazione delle lastre. In seguito l’ingegnere fece un resoconto del ricavato della vendita sia del tavolato smontato sia dei chiodi e delle ferle recuperate.

1940-2

Il 28 dicembre 1940 l’ingegnere d’ufficio proponeva al presidente del Consorzio di acquistare a prezzo di favore una rimanenza di lastre di granito rosso di Cuasso al Monte che il fornitore Gervaso Oltolina offriva, avendo venduto la cava. La spesa fu di L. 4.040; le lastre servirono l’anno seguente quando lo stesso ingegnere propose, il 28 maggio 1941, di terminare la copertura con lastre di granito della chiusa, iniziata nel 1928, continuata con il secondo lotto nel 1939 e giunta fino al terzo lotto. Francesco Bassi faceva notare come nell’inverno passato le piene del fiume avevano causato notevoli danni nel tavolato, soprattutto nella parte di levante, asportando molte tavole e formando molti buchi nel blocco murario del corpo della chiusa. Se questi fori si fossero ingranditi ci sarebbe stato da temere il ripetersi del disastro avvenuto nel 1937 con la caduta del muro a valle della chiusa. L’area da ricoprire con il granito misurava mq 260 circa, ma il problema era procurarsi il cemento, che era contingentato per motivi di guerra. Infatti la domanda di avere il cemento necessario non dovette essere accolta perché il 27 maggio 1942 l’ingegnere d’ufficio lamentava la mancata consegna e chiedeva al presidente di ripetere la domanda. Così il giorno stesso 27 maggio 1942 il presidente del Consorzio, G. Manservisi, richiedeva al Ministero dei Lavori Pubblici il quantitativo di cemento occorrente per la muratura delle lastre. Il 10 agosto la Federazione Industriali del Cemento comunicava l’avvenuta assegnazione di 100 quintali di cemento 500, ma la richiesta era stata fatta per 120 quintali e il 12 agosto il Consorzio Italiano Leganti Idraulici - Ufficio Vendite di Bologna, comunicava la giusta assegnazione.
I disegni di progetto di sostituzione del legno con il granito mostrano esaurientemente la situazione a quella data, con i vari lotti già eseguiti e il completamento progettato (immagini “consorzio 1941 a-b-c-d-e-f”).

1945

Dopo la fine della seconda guerra mondiale i danni alla chiusa, al canale e alle altre opere collegate erano ingenti: il nuovo ingegnere d’ufficio, Giovanni Manaresi, il 23 giugno 1945 inviava al presidente un promemoria, in cui era descritta la situazione. “E’ noto che i bombardamenti dell’aprile scorso hanno causato gravi danni alle opere consorziali, all’origine della derivazione. Il Genio Civile attualmente sta lavorando per sistemare il Canale e le opere di presa, ma ancora nulla ha fatto per riparare la Chiusa propriamente detta... Una bomba caduta immediatamente a monte del ciglio superiore ha causato varie fessure nella sommità del muro, dalle quali l’acqua può infiltrarsi nel corpo della diga. Altre bombe ànno colpito la falda inclinata distruggendo alcuni metri quadrati di lastricato di granito. Dagli squarci prodotti dalle bombe si osserva che tale lastricato in molti punti è alquanto sollevato sopra il corpo murario sottostante, formando come una volta. In caso di piena l’acqua di tracimazione, oltre a scardinare il lastricato nei punti colpiti, potrà penetrare nell’accennato spazio vuoto sotto il lastricato con pericolo per la stabilità del lastricato stesso e della Chiusa. Anche la falda inclinata, ancora ricoperta da travicelli di quercia, è stata colpita in vari punti e particolarmente nel ciglio inferiore. Si potrà far presente al Genio civile che il consorzio ha disponibile il granito occorrente per le riparazioni e parte dei travicelli di quercia ricuperati nel 1943 in seguito alla loro parziale sostituzione con lastre di granito”. Il Genio Civile tuttavia rispondeva il 10 dicembre che si stava riparando “la lesione orizzontale nel paramento a monte della diga poco sotto al ciglio”, ma che la pioggia impediva l’avanzamento del lavoro. L’ingegnere capo Giacomo Castiglioni invitava tuttavia il Consorzio “a tenere in osservazione la diga perché è presumibile che la lesione interessi tutta la muratura di sommità e provochi infiltrazioni di acque fra la pavimentazione del paramento a valle ed il suo piano di posa. Tale lesione infatti può essersi propagata dall’interno all’esterno ed avere avuto origine dalle deflagrazioni delle bombe che produssero vari squarci nella pavimentazione del paramento e il suo distacco dal piano di posa per ampio raggio all’intorno degli squarci stessi.” Con l’occasione ricordava al Consorzio che non avrebbe più potuto fare conto sull’intervento diretto dell’Ufficio del Genio Civile “essendo cessate le ragioni che lo provocarono”, cioè i danni di guerra. “Lo scrivente Ufficio - terminava Castiglioni - porterà a termine soltanto la ricostruzione del casello di manovra e il ripristino del paramento a valle della diga danneggiato dai bombardamenti sempreché vengano resi esecutivi i due progetti presentati al Provveditorato alle Opere Pubbliche”.
In precedenza il 24 settembre il segretario del Consorzio, Fernando Cremonini, comunicava al presidente che il magazzino consorziale a Casalecchio era stato totalmente demolito nelle incursioni del 15, 16 e 17 aprile 1945 e che i mattoni ricavati dalle macerie di quel magazzino erano stati utilizzati per i lavori di riparazione della chiusa. Una volta messi allo scoperto “i travi spezzati, le putrelle contorte e le inferriate sinistrate” erano entrati in azione dei ladri che avevano cominciato a saccheggiare questo materiale; il segretario quindi proponeva di vendere il materiale utilizzabile e con il ricavato comprare il combustibile per la sede del Consorzio e il regolamento acque e di fare altre spese per la sistemazione dei locali consorziali, rimasti anch’essi danneggiati dalla guerra.

1946

Dopo i primi lavori di ripristino più urgenti si verificò una nuova piena che causò l’asportazione di circa 60 mq di rivestimento e di mc 50 di muratura del paramento verticale inferiore della diga e quindi furono impostati i lavori definitivi per rimettere la diga in grado di svolgere il proprio compito. Il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Emilia fece quindi fare all’Ufficio del Genio Civile di Bologna un progetto definito “Lavori di somma urgenza per a impermeabilizzazione della diga sul Reno a Casalecchio mediante iniezioni di cemento e per il completamento del rivestimento in pietra da taglio della scarpa (Comune di Casalecchio)” per un importo di L. 11.000.000. In seguito fu fatta anche una “Variante per l’esecuzione di sondaggi nel corpo della diga, in seguito ad ulteriori danni verificatisi, onde definire i lavori necessari al suo generale consolidamento” per un importo di L. 130.000. Il progetto fu steso dall’ing. Paolo Tosetti sotto la supervisione dell’ingegnere capo Giacomo Castiglioni. I sondaggi furono eseguiti dalla Società Edilizia Lavori Sottosuolo Estrazioni di Milano, mentre gli altri lavori furono assegnati alla ditta Sisti Pietro di Bologna, che vinse la gara con un ribasso dell’11,88%. La Società ELSE preparò dei progetti di sondaggio molto interessanti, da effettuarsi mediante fori in molte parti della muratura della chiusa, onde verificare dove vi fossero vuoti e dove quindi iniettare cemento liquido, in modo da consolidare la muratura. Disegni e minute sono allegati alla pratica e mostrano foro per foro il tipo di materiale sottostante alla diga stessa, se conglomerato o galestro naturale o mattoni o altri tipi di materiali, fornendo quindi una sorta di stratigrafia del manufatto nelle sue varie fasi costruttive, dal Trecento fino a quel momento (v. allegato 1 in fotocopia e immagini “uff reno 019-020-021-022”). La stessa ditta ELSE, d’altronde, nel fornire il 19 luglio 1946 il preventivo per l’esecuzione dei saggi allora già in corso, rilevava che “ la diga ha un’altezza variabile da circa m 9 a monte a circa m 5,50 a valle, ed appoggia su un banco di marna; che il corpo della diga è costituito da calcestruzzo con grossi ciottoli, con strati di spessore variabile di muratura di mattoni. Il calcestruzzo e le murature di mattoni si presentano compatti, ma solcati da numerose fessure e con cavità riempite da materiale sciolto, specialmente in prossimità dell’appoggio sulla marna. Inoltre la zona immediatamente sottostante al manto di copertura, presenta quasi ovunque un distacco di alcuni centimetri fra il manto stesso ed il corpo della siga”.
Il computo metrico estimativo datato 26 luglio 1946 prevedeva sia lavori di completamento del manto della scarpa in pietra da taglio (dal momento che una parte era ancora in legno) e del paramento a valle sia lavori di impermeabilizzazione. Fra i primi ricordiamo il “rivestimento della scarpa della diga con lastre di granito e di trachite, in conformità all’attuale”, la “rimozione di rivestimento di scarpa in travetti di rovere” con “scalpellinatura del piano per fare luogo alla costruzione del nuovo rivestimento” e il tombamento del cratere di una bomba che aveva colpito la diga (immagine “uff reno 034”) con la preparazione del piano di posa a gradini. Sia questa riparazione che il ripristino del paramento a valle della diga furono previsti in conglomerato cementizio; il paramento fu previsto in muratura di mattoni e malta di cemento.
L’impermeabilizzazione fu prevista con “perforazione in muratura o in roccia eseguita con sonda a rotazione od a percussione con diametro della corona perforante di mm 35” e iniezioni con latte di cemento e con malta di cemento sia nel velo che nel manto della diga (immagini “uff reno 023-028”, “uff reno 031-032”). Il capitolato speciale d’appalto mostra nella loro consistenza e completezza i lavori da eseguirsi (allegato 2 in fotocopia). Il capitolato è datato 29 maggio 1947 e firmato dall’ingegnere capo dell’Ufficio del Genio Civile di Bologna, ing. Pietro Brunelli, così come il contratto di cottimo, stipulato nella stessa data con la ditta ELSE.
I lavori proseguirono anche nel 1947, furono sospesi il 6 dicembre di quell’anno e ripresi solo il 22 marzo 1949, fino alla loro ultimazione, datata 31 maggio 1949, come attestato dal processo verbale di ultimazione, datato 28 febbraio 1950 e firmato dall’ingegnere capo del Genio Civile Attilio Alquati.

1966

A seguito dei disastrosi eventi climatici del 3 e 4 novembre 1966, che interessarono molti fiumi dell’Italia settentrionale e centrale e causarono l’alluvione dell’Arno a Firenze, anche la diga di Casalecchio subì vari danni. Dalla relazione (datata 10 maggio 1967) allegata al progetto preparato dal Consorzio per l’opera idraulica di III categoria di sistemazione del Rano alla chiusa di Casalecchio si ricava che i danni interessarono parte del lastricato esistente ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore (di cui una parte era in granito e una in arenaria), parte del lastricato in granito della chiusa, un tratto del muro d’ala in sinistra dello sfioratore, un tratto della diga murata, alcuni tratti del repellente in burghe e alcuni tratti del muro contenitore delle acque di espansione. A parte i lavori riguardanti parti dell’opera che al momento non interessano, il ripristino del lastricato della chiusa previde il ripristino del cordolo inferiore per una lunghezza di m 12,45 “nella zona di confine fra le superfici lastricate in granito di S. Fedelino (bianco) ed in profido granitico di Cuasso al Monte (colore rosso)”, le lastre al di sopra del cordolo, anche queste fatte di questi due materiali. Il progetto dei guasti da riparare è molto preciso e dettagliato nell’individuare le lastre asportate e da sostituire per un totale di mq 73,08 (immagini “alluvione 1966 047-048-049-050-051-052-053-054”).
Questa volta fu l’Ufficio Speciale per il Reno, creato appositamente all’interno del Provveditorato alle Opere Pubbliche per l’Emilia per la cura del principale fiume del territorio bolognese, a occuparsi di preparare un progetto per il ripristino del complesso delle opere idrauliche classificate di 3.a categoria costituite dalla chiusa e dal canale. In questo caso i lavori furono non solo progettati ma anche seguiti dal Consorzio di 3.a categoria per la sistemazione del Reno alla chiusa di Casalecchio come concessionario ma pagati dallo Stato, e ammontarono a L. 7.189.350, portati a 8.100.000. Lo stato finale dei lavori eseguiti a tutto il 18 settembre 1968 dalla Cooperativa Selciatori Posatori Scalpellini, a norma del contratto 13 maggio 1968, elenca il ripristino della platea ai piedi dello sdrucciolo dello sfioratore, sia per la parte in granito sia per la parte in arenaria (ricostruito in granito, cioè la parte di scivolo costruito nel 1894), e il ripristino del lastricato in granito della chiusa.
La conclusione della pratica è datata 30 maggio 1977.

di Paola Foschi - Settembre 2011


Fonti

Archivio di Stato di Bologna, Ingegnere in capo di acque e strade, poi Genio Civile, b. 613 (1808).

Archivio del Consorzio della Chiusa di Casalecchio e del Canale di Reno, Carteggio, Titolo VI, rubr. 1 “Lavori a carico dell’azienda principale”, b. 46 (1851-1870), b. 58 (1870), b. 60 (1871), b. 62 (1872), b. 64 (1873), b. 66 (1874), b. 68 (1875), b. 71 (1876), b. 74 (1877), b. 76 (1879), b. 80 (1880), b. 82 (1881), b. 84 (1882), b. 85 (1883), b. 86 (1884), b. 87 (1885), b. 153 (1915), b. 178 (1927), b. 200 (1938), b. 203 (1941), b. 207 (1945).
Riferimenti dell'ingegnere d'ufficio, 1869, 1870, 1871, 1872.

Archivio Storico della Provincia di Bologna, Ufficio Tecnico, Titolo 5, Chiusa di Casalecchio, b. 1 (1894), b. 2 (1894), b. 3 (1895), b. 4 (1896), b. 5 (1897), b. 6 (1898).
Foto Cassarini, 1 cartella con 23 fotografie dei lavori eseguiti dalla Provincia nel 1894-1896 per la riparazione della rotta e sistemazione dell'alveo e della chiusa, montate su cartoncino, eseguite da Alessandro Cassarini.

Biblioteca di San Giorgio in Poggiale, Collezioni d’arte e di storia della Cassa di Risparmio in Bologna, Foto Giovanni Mengoli, 1900-1915, album 22 (Giovanni Mengoli, Bologna 30 agosto 1860-ivi 15 gennaio 1926, lavorò come editore di cartoline, tratte da fotografie altrui, fra il 1900 e il 1915)

Archivio Storico della Regione Emilia-Romagna (San Giorgio di Piano), Ministero Lavori Pubblici, Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Emilia, Ufficio Genio Civile di Bologna, fasc. non inventariato (Opere dipendenti da danni di guerra, esercizio finanziario 1946-7, perizia n. 97); Ministero Lavori Pubblici, Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Emilia, Ufficio Genio Civile di Bologna, Ufficio speciale per il Reno, Titolo III, Lavori fluviali, Reno Alto, b. 91, fasc. 1 e 2


Bibliografia

Ugo Brunelli-Filippo Canonici, La Chiusa di Casalecchio e i lavori eseguiti dalla Provincia di Bologna per la chiusura della rotta di Reno in sinistra avvenuta il 1° ottobre 1893 e per la sistemazione del fiume a monte della chiusa: relazione di Ugo Brunelli e Filippo Canonici all'onorevole deputazione provinciale di Bologna, Bologna, Regia tipografia, 1896

Giuseppe Boriani, Relazione del commissario straordinario Ing. Giuseppe Boriani letta nella assemblea generale del 24 gennaio 1897 e deliberazione relativa, Bologna, Tip. Gamberini e Parmeggiani, 1897

“Il Comune di Bologna”, 1935, febbraio, p. 26

Lilla Lipparini, Casalecchio di Reno, 2.a ed., Bologna, Tamari, 1983

Officine Maccaferri, 1894-1994. I cento anni dei gabbioni impiegati nelle opere di ripristino della rotta del fiume Reno a monte della chiusa di Casalecchio, Bologna, Tipografia Compositori, 1994

Vincenzo Paioli, Saluti da Casalecchio di Reno. Fatti luoghi e personaggi del suo passato, Bologna, Pontenuovo, 1996

Pier Luigi Chierici, La sistemazione ottocentesca della sponda del Reno e la costruzione del Lido di Casalecchio, Comune di Casalecchio di Reno, 2001

Angelo Zanotti, Il sistema delle acque a Bologna dal XIII al XIX secolo, Bologna, Editrice Compositori, 2000, pp. 175, 628, 630