Bologna Città d'Acqua

Lungo i corsi d'acqua di Bologna

La caduta dell'impero romano d'Occidente, seguita da terrificanti scenari di carestie, epidemie, invasioni barbariche, distruzioni, portò a un rapido declino della civiltà ponentina. Strade, ponti, manufatti idraulici, monumenti, intere città andarono in rovina. Anche Bononia non sfuggì a questa inesorabile parabola discendente. Attorno al III-IV secolo d.C. la città venne racchiusa all'interno di una minuscola cinta muraria realizzata con blocchi di selenite di recupero, confinante con le vestigia romane ridotte al ruolo di cave a cielo aperto. Solo il torrente Aposa e qualche pozzo fornivano i necessari, ma scarsi apporti idrici. Realizzazioni romane come l'acquedotto, scavato in galleria fra il 27 e il 15 a.C. circa sotto l’imperatore Augusto, la rete distributiva dell'acqua e i rami fognari, privati di ogni forma di manutenzione, vennero progressivamente abbandonati e quindi dimenticati.

A questa crisi seguì una lenta, ma graduale ripresa accompagnata dalla progressiva crescita della città felsinea. La prima perimetrazione muraria e l'addizione longobarda, presumibilmente realizzata attorno all'VIII secolo, divennero insufficienti rispetto all'aumento demografico dovuto, in gran parte, all'urbanesimo. Per offrire ospitalità ai cittadini inurbati furono realizzati nuovi borghi addossati alla cinta muraria, successivamente inglobati, nell’XI secolo, all’interno della seconda cerchia muraria. L’ulteriore aumento della popolazione portò alla costruzione, dopo circa tre decenni, della terza cerchia, costituita da un semplice, precario steccato ligneo con fossato esterno. Man mano edificata in mattoni, l'ultima cinta venne ultimata solo negli ultimi anni del XIV secolo.

Nel contempo le connotazioni urbanistiche di Bologna, disciplinate dalla metà del XIII secolo da norme statutarie, andarono sempre più delineandosi. Interposta fra i due principali corsi d'acqua, il Reno e il Savena, ma da essi distante, la città, cresciuta attorno alla conoide del torrente Aposa, non poteva avvalersi direttamente delle loro risorse idriche. Per questo motivo vennero realizzate due chiuse e scavati due canali di derivazione, che portarono al fiorire e allo sviluppo di eterogenee attività lavorative, rilevanti per l'economia cittadina.

Fin dal Medioevo dai canali di Reno e di Savena e dal torrente Aposa si diramava, e in essi confluiva, una complessa, articolata rete sotterranea di chiaviche, chiavicotti, condotti, cunicoli, canalette da cui dipendevano le irrigazioni, le alimentazioni di diverse lavorazioni e le ruote che azionavano eterogenei ordegni (fig. 1)1. A completamento del circolo commerciale, il Canale Navile, in cui confluiva il sistema idrico di Bologna, consentiva, usando le parole di Claudio Tolomei, «con minor spesa condur le vettovaglie e l'altre cose necessarie»2. Le sozzure di vaste zone della città venivano purgate dall'efficiente, capillare rete fognaria, iniziata attorno alla metà del XIII secolo, citata tre secoli dopo come esempio da Ludovico Agostini nel dialogo immaginario fra Finito ed Infinito.

Le acque dei canali erano esclusivamente destinate alle attività lavorative mentre quelle sorgive, scaturenti fuori porta San Mamolo, servivano per l’alimentazione delle fontane di piazza e per le forniture idriche riservate al palazzo del Legato. Contrariamente a quanto avveniva nella Bononia romana, la città mancava di una rete per la distribuzione di acqua potabile, venduta dagli acquaroli o attinta dai numerosi pozzi pubblici e privati cittadini che, per diversi secoli, continuarono a soddisfare i fabbisogni idrici. Grazie alla riattivazione dell'antico condotto romano, solo verso la fine del XIX secolo Bologna poté beneficiare di un razionale sistema distributivo dell’acqua potabile.

Strade corrispondenti alle attuali Vie della Grada, Riva di Reno, Capo di Lucca, Castiglione, Rialto e la grande spianata del Mercato, aperta nel 1219, erano caratterizzate dalla presenza dei canali derivati, a seconda dei casi, dal Reno e dal Savena. In questi spazi le attività della vita quotidiana convivevano, pericolosamente e in precarie condizioni igieniche, con quelle lavorative. Accanto alle ruote degli ordegni e agli scarichi fognari erano presenti lavatoi, guazzatoi, perfino bagni privati. Fino ai primi decenni del XX secolo in questi canali i popolani e le popolane attingevano acqua, lavavano i panni e gli animali, nuotavano incuranti delle reiterate proibizioni delle autorità cittadine.

Dopo le coperture del dopoguerra, attuate per migliorare le condizioni igienico-sanitarie, solo pochi tratti del Canale di Reno e delle Moline rimasti ancora a cielo aperto conservano le caratteristiche romantiche di un paesaggio urbano ormai scomparso. Purtroppo le decisioni prese nel passato, giuste secondo alcuni, errate secondo altri, hanno contribuito a ridefinire, spesso in maniera discutibile, l'aspetto della città cancellando per sempre scorci suggestivi.

di Angelo Zanotti